Archivio Mensile: dicembre 2012

LE DONNE CI GUARDANO

Recensione a cura di Francesco Franceschini

Ci si perde nei libri. Ci si racconta, perché raccontare è in fondo l’ultima attività libera del nostro tempo. C’è chi lo fa più o meno bene, chi gira attorno al proprio ombelico e chi ha una visione più ampia delle cose. Il libro di racconti Reale Virtuale (Bertoni Editore) di Viviana Picchiarelli rientra in questa seconda categoria. Il punto di partenza è indagare il rapporto fra donne di età diverse e la rete, usata come passatempo, o per lavoro, o ancora alla ricerca paradossale di un contatto che la realtà reale non consente. Donne che si mettono in gioco, insomma, tirando le somme delle proprie vite e scoprendo che manca qualcosa: qua e là emerge un rimpianto, un amore solo accennato, un rimorso, un silenzio che avrebbe dovuto essere parola. Padri, figli, amanti, compagni di una notte o di una vita, fanno da sparring partners: sono le ragazze a scegliere cosa e chi raccontare, come e quanto svelarsi. Narrativa morbida, piena, sonora, fatta di frasi che sono il vestito perfetto dei sentimenti svelati: non c’è una parola di troppo, una similitudine zoppicante, una descrizione superflua. C’è la storia di un amore che ritrova se stesso dopo trent’anni e si dà nuove speranza di vita, ed è forse la più poetica; ce n’è un’altra in cui erotismo e passione dominano, fino alla scoperta di una malattia e alla condanna del corpo alla decadenza, ed è forse – paradossalmente – la più pudica; ce n’è una terza in cui una moglie in fase di rigurgito familiare progetta una fuga da tutti per poi doversi risvegliare nella realtà di una vacanza soffocante,ed è forse la più sconvolgente.
Non ci facciamo una bella figura, noi maschietti. Non tutti, qualcuno si salva, nei racconti di Viviana, ma di norma siamo la componente superficiale e grossolana delle vite delle nostre compagne. La constatazione di quanto questo sia vero, dovrebbe spingerci a riflettere sui nostri comportamenti, in famiglia e nella società, sul posto di lavoro e nelle fasi emozionanti del corteggiamento. Per ridare all’altra metà del cielo un motivo per stimarci e amarci profondamente al di là delle convenzioni e delle convenienze in cui siamo invischiati.

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UN TÈ CON VIVIANA PICCHIARELLI

30373_383487545076453_1724811601_ndi Cinzia Sposato

Dieci storie e altrettanti ritratti di donne.
Racconti ironici e dissacranti, drammatici e nostalgici, in cui la tecnologia è una presenza talvolta discreta, talvolta ingombrante, paurosamente vitale o realisticamente accessoria. È strumento di lavoro, possibilità di incontro, canale di informazioni, opportunità di confronto, mezzo di evasione.
E queste dieci donne ne vivono, per dovere, per piacere o per semplice caso, tutte le trappole così come tutti i vantaggi, intrecciandovi le proprie storie che, comunque, in definitiva, sono anche le nostre.

“Reale Virtuale” è il libro d’esordio di Viviana Picchiarelli: un’antologia di racconti che prendono spunto da tematiche di attualità non proprio “leggere”: il precariato, la maternità, gli attacchi di panico, l’amore lesbico, la malattia; tutte, però, declinate al femminile. Colpisce lo stile ironico, a tratti scanzonato, con cui si affronta la complessità di certi argomenti, senza svilirne l’importanza, il peso, rendendo, quindi, la lettura di assoluta godibilità. Ciascuna delle protagoniste ha un rapporto più o meno significativo, a volte morboso, con i mezzi di comunicazione via internet: blog, social network, ecc. ecc, da ciò il titolo della raccolta…
Che rapporto hai tu con il computer: dipendenza, amore, odio, o di mero utilitarismo?

Uso quotidianamente il computer dal 1998, anno del diploma di maturità, e da allora è stato pressoché impossibile farne a meno, vuoi per ragioni legate a studio e lavoro, vuoi per diletto e curiosità, soprattutto dopo l’avvento su larga scale del web e quindi, negli ultimi anni, dei vari social network. Lo definirei senza dubbio un rapporto d’amore e odio, non posso farne a meno, è diventata quasi un’estensione di me stessa, certe volte, però, mi sembra di riuscire a respirare veramente solo quando mi impongo di spegnerlo!

Uno dei racconti più divertenti è: «Grasso che cola», la cui protagonista, una “smanettona” in sovrappeso, progetta di iniziare una dieta, quasi al fine esclusivo di poterne raccontare le vicissitudini su un blog. Molte persone, al giorno d’oggi, vivono con la smania di raccontarsi su Facebook, mettendo in rete foto o commenti relativi allo sfera più intima, come se postare in vetrina la propria esistenza le desse un senso altrimenti mancante. Se esisto su Facebook, allora sono.
Come spieghi questo fenomeno inarrestabile: egocentrismo alla massima potenza, o deserto esistenziale?

Direi che Facebook ha “democratizzato” fino alle estreme conseguenze il quarto d’ora di celebrità di cui parlava Andy Warhol. Nulla in contrario se questo serve per veicolare se stessi in quanto professionisti di qualsivoglia settore, la propria azienda, eventi e simili. Se, invece, parliamo dell’ostentazione, gratuita e sterile, di frammenti, anche imbarazzanti, della propria vita, direi che ci si trovi di fronte alla manifestazione del vuoto più totale. E in questo senso, l’uso smodato dei social network è sintomatico della necessità di ritagliarsi un posto nel mondo. Poco importa, poi, che questo mondo sia virtuale.

“Dell’amore e il suo contrario”, approfondisce la tematica dei rapporti virtuali. Racconta di una relazione nata in chat, catapultata poi nella vita reale; cosa che accade più spesso del previsto. Perché molta gente cerca in rete, piuttosto che al bar, o per strada, o in altri luoghi di incontro amore, amicizia, complicità? Credi che la causa vada ravvisata nella mancanza di tempo delle nostre vite frenetiche, che ci inchiodano al computer per ore, o nel disagio profondo di confrontarsi con gli esseri umani attraverso la propria imperfezione, schermata ad arte dai profili accattivanti di Facebook? Ritieni, inoltre, che i social network abbiano irrimediabilmente modificato il modo di relazionarsi agli altri e di comunicare, oppure pensi che torneremo a contattare il nostro dentista per telefono?

Il virtuale come luogo deputato per fare incontri? Credo proprio di sì. Almeno per quanto riguarda l’approccio iniziale. Direi anche, però, che debba essere fatta una distinzione. Prima dell’avvento dei social network, ossia ai tempi delle chat e dei forum, forse era proprio la difficoltà di confrontarsi con gli altri e di palesare le proprie imperfezioni, a spingere numerose persone ad addentrarsi in rete per ampliare la propria cerchia di conoscenze o, semplicemente, per cercare un’evasione. Oggi, invece, ritengo, che alla base di questa impennata di rapporti nati on line ci sia né più né meno che il ritmo frenetico delle nostre esistenze che impone alla maggior parte di noi di trascorrere fin troppe ore al pc. Credo che sia una situazione di non ritorno, ma penso ci siano anche i margini per limitarne il ricorso. Io, sinceramente, il mio dentista lo chiamo al cellulare… così come l’idraulico e il gommista. A dirla tutta, credo non abbiano nemmeno un sito internet!

“Emozioni di carta”, racconta l’Amore con la A maiuscola, che il tempo non sbiadisce, lasciando vibrare, a distanza di anni, l’emozione di un bacio mancato, dei sottintesi rimasti nel petto… Pensi che esista davvero l’anima gemella o molto più prosaicamente ritieni che l’amore vissuto si riduca ad una compensazione di bisogni, ovvero cerchiamo nell’altro quello che ci manca e ci completa?

Anime gemelle? Non ci ho mai creduto. Ho sempre pensato, piuttosto, che esistano fasi diverse nella vita di ciascuno di noi e individui con i quali si possa condividerne alcune piuttosto che altre. È una questione di tempi, esperienze, predisposizioni d’animo. E non credo che alla lunga paghi la filosofia del cercare qualcuno che ci completi. Dobbiamo bastare a noi stessi. L’altro, semmai, deve arricchirci, darci qualcosa in più e di diverso. Non dovremmo cercare l’altra metà della mela, bensì un qualcosa che ne esalti la sua specificità. E questo è decisamente più complesso da trovare.

“Fuga” è un racconto lucido e agghiacciante. Ciascuna di noi rischia di riconoscersi, almeno per alcuni aspetti, nella donna in fuga dai propri desideri più intimi, obbediente alle aspettative della famiglia e al ruolo sociale che le è stato inculcato e da cui non è riuscita ad affrancarsi.
L’essere umano è condannato, per ragioni ancestrali, legate a dinamiche familiari cristallizzate e perverse, a convivere con la frustrazione, il rimpianto, nella migliore delle ipotesi, con una disarmonia di fondo verso la propria essenza intima. Tu sei riuscita a fuggire dalla gabbia, o sei ancora in fase progettuale?

Diciamo che “gioco d’anticipo”, evito, per quanto possibile, di ingabbiarmi in situazioni che già so, per carattere, mi starebbero troppo strette. Vigliaccheria? Forse. Codardia? Pure. Al momento, analizzando il campionario di esperienze altrui con il quale mi confronto quotidianamente, ritengo che le scelte fatte sino a oggi mi abbiano “salvato” dall’omologazione sociale e culturale che vuole le donne: mamme, mogli, amanti e lavoratrici. E tendenzialmente insoddisfatte, aggiungo io. Mi è capitato di sentirmi dire da donne sposate e con prole: «Beata te che non hai marito e figli!».
Per dovere di completezza, però, va detto che non ho paura di rimettermi in discussione pertanto non escludo di dovermi rimangiare quanto sopra.

Il racconto che ho preferito su tutti è «Maschere», nel quale affronti anche la tematica degli attacchi di panico, (di interesse planetario al giorno d’oggi) con un’estrema finezza psicologica e descrittiva, resa più incisiva dall’intreccio del racconto. Due esistenze si cercano, si sostengono, si incontrano, infine, nel calore di una relazione omosessuale, desiderata ma mai palesata all’altra. L’omosessualità femminile è ancora un tabù, più di quella maschile forse: un terreno scivoloso nel quale ti sei mossa con garbo, sensibilità, acume, dando prova di grande sottigliezza nell’attività di scavo nella psiche dei personaggi.
Come dice l’abusato Raffaele Morelli, pensi che il panico sia un’opportunità per cambiare la propria esistenza o la iattura della nostra epoca con cui non si può far altro che imparare a convivere?

Qui sono decisamente di parte. Seguo da anni Raffaele Morelli e il suo approccio, non a caso la dott.ssa Emanuela Gaudenzi, psicologa e psicoterapeuta, che ha firmato la postfazione del libro, si è formata presso l’Istituto Riza, fondato a Milano nel 1979 proprio da Morelli. Ho fatto mio, in un momento particolare della mia vita, il concetto per cui quando una persona si ammala esprime un disagio che, oltre all’alterazione organica, interessa l’individuo nella sua globalità psichica e corporea. In questo senso, infatti, il panico e le sue manifestazioni, per quanto spaventose, violente e invalidanti, vanno accolte e gestite come enormi opportunità di cambiamento, crescita e sviluppo. Non è semplice, ma con le persone giuste a indicarci e a suggerirci un percorso, ci si può lavorare con risultati anche sorprendenti.

Nei tuoi racconti mi ha colpito in modo particolare, come dicevo, oltre alla brillantezza della scrittura, una profondità di analisi e di scavo, che consente al lettore una dolorosa identificazione in certe miserie del vivere, raccontate con ironica leggerezza senza sminuirne, tuttavia, la drammaticità esistenziale. Stupisce, inoltre, una lucidità di visione inaspettata per un esordiente. Calvino diceva che certi personaggi semplicemente ti tirano dalla giacchetta e non ci si può sottrarre all’imperio di indagarne la mente e le vite; nel tuo caso, si ha quasi l’impressione che tu parta da una premessa concettuale intorno alla quale costruisci artigianalmente le storie…
D’altra parte sei una project manager, hai creato un’azienda di servizi di internazionalizzazione dopo una serie di peripezie lavorative non semplicissime, ti sei rimessa in gioco con alcuni colleghi, diciamo, quindi, che ragionare secondo un progetto ti è congeniale…
Mi permetto una domanda provocatoria: quali sono le caratteristiche che decretano, secondo te, il successo di uno scrittore: ispirazione, originalità, un pizzico di paraculaggine nell’intercettare tematiche appetibili per il mercato editoriale?

Beh, diciamo che, sì, sono abituata a ragionare per progetti, per obiettivi, di breve, medio e lungo termine e anche il libro può essere considerato a tutti gli effetti un progetto costruito con delle premesse ben specifiche, sebbene abbia avuto notevoli difficoltà, all’inizio. Avevo diversi “spezzoni”, delle “prove tecniche di narrazione” sparse nel web, sia in Facebook che sul mio sito personale, ma non sapevo come dargli forma compiuta. Poi, grazie all’incalzare della curatrice Costanza Bondi, anima e coreografa del marchio WOMEN@WORK, con il quale ho pubblicato, sono riuscita a definire il tutto. Ai lettori l’onere della valutazione. Come è giusto che sia. Il successo di uno scrittore? Avete modo di prendere appunti? Ispirazione, originalità, paraculaggine, ma anche un’azione di marketing massiccia, una certa dose di fortuna, soprattutto in un mercato “malato” come quello italiano.

E adesso qualche domanda di rito: quanto c’è di autobiografico nelle storie che descrivi?
Diciamo che in ognuna delle storie raccontate ho messo qualcosa di mio, sogni, desideri, rimpianti, rimorsi, riscatti e proiezioni future, attese o temute.

Quale scrittrice contemporanea ti ispira? Citi la Murgia mi pare, hai un modello di riferimento?
Ho citato Michela Murgia, che ho avuto l’onore di conoscere personalmente, in quanto la trovo estremamente poetica e allo stesso tempo spietatamente diretta nello scrivere. Modelli di riferimento? Più che di scrittori, preferisco parlare di generi. Amo molto la narrativa sudamericana per parlare di storie d’amore ed epopee familiari, mentre mi intriga quella nordica, svedese, danese ma anche tedesca, per quanto riguarda i thriller, soprattutto di carattere psicologico.

Cosa consiglieresti a chi ha la passione per la scrittura: darsi all’ippica, vista la crisi del mercato editoriale e il calo spaventoso dei lettori italiani, o investire nel sogno impossibile di diventare uno scrittore a costo di rimetterci parecchie migliaia di euro, oltre che l’osso del collo?
Il primo consiglio è questo: non pensate di scrivere per guadagnare o per vivere della scrittura. Non è il momento giusto e, soprattutto, non è l’Italia il paese giusto. Sono pochissimi quelli che possono permettersi di vivere scrivendo e, comunque, di solito, la scrittura è sempre sostenuta da altre attività, anche più remunerative. È bene, poi, cercare di conoscere luci e ombre del mercato editoriale, per decidere con cognizione di causa se e come muovercisi. È necessario, poi, avere un lavoro, un qualsiasi lavoro che ci consenta, nei tempi e nei modi a noi più consoni, di dedicarci anche alla scrittura. È importante “entrare nel giro” e Facebook in questo aiuta tantissimo. Avere la possibilità di pubblicare il proprio lavoro è anche, poi, il frutto di tutta una serie di circostanze che si susseguono grazie a un lavoro certosino di conoscenze, esperienze, collaborazioni. L’importante è essere sempre umili e consapevoli dei propri limiti, affidandosi a chi “bazzica” il settore da anni. Si può e si deve sempre imparare.

Una nota di gossip per chiudere a beneficio dei tuoi ammiratori: quanti spazzolini da denti ci sono nel tuo bagno?
Ne ho uno nel mio bagno personale, uno in ufficio e uno da viaggio in borsa. Il mio dentista che, ripeto, contatto al cellulare e non su Facebook, è fiero di me e della mia igiene orale, ma soprattutto del fatto che di recente ha potuto sfrugugliare nella mia bocca senza che mi mettessi a piangere. E non era così scontato visto quello che è successo più o meno due anni fa. Sono soddisfazioni…

Grazie Viviana per la nostra chiacchierata “Reale Virtuale”.
Grazie a te!

Viviana Picchiarelli
REALE VIRTUALE
Ritratti di donne nell’era digitale

a cura di Costanza Bondi

BERTONI EDITORE
www.poetiitaliani.it

 

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UN’INTERVISTA VIRTUALE: ritratti reali di Viviana Picchiarelli e Costanza Bondi

di Giovanna Grilli

Ci incontriamo nell’accogliente salotto di casa Bondi, dove un’elegante ospitalità la fa da padrona. Ma è soprattutto l’atmosfera di naturalezza che si respira nell’ambiente a colpirmi: bambini in sottofondo che ridono e chiedono aiuto per i compiti, telefoni che squillano a cadenze che sembrerebbero quasi regolari, Viviana e Costanza che chiacchierano sedute sul divano color rosa dorato, di fronte al caminetto.

Buongiorno, belle signore, parliamo subito di REALE VIRTUALE, il vostro ultimo progetto letterario.

Viviana: In realtà, per me si tratta del primo progetto letterario che firmo in toto, fino a ora avevo partecipato, con alcuni racconti, a tre antologie di racconti brevi assieme ad altre colleghe di penna: TRACCE (Bertoni Editore), KRONOS (Onirica Edizioni) e L’ANTOLOGIA DELLA STRONZA (Gli Occhi di Argo Editore). Con REALE VIRTUALE, invece, mi metto in gioco completamente e, per farlo, ho scelto di affidarmi all’esperienza di Costanza come curatrice, e al contesto “rassicurante” del Gruppo delle WOMEN@WORK, pubblicando con il marchio, quindi, anche e soprattutto in considerazione della cura quasi maniacale con la quale sono state editate tutte le produzioni, poetiche e narrative, fino a questo momento in commercio.

Costanza: Sì, per me è l’ultimo “parto” dell’anno, dato che nel 2012 siamo state veramente prolifiche noi delle WOMEN@WORK… Quattro uscite editoriali nella collana poetica: GOCCE, rugiada poetica di storie d’amore, di Katia Zeffiri; MELODIE, lettere sparse tra baci d’amore, firmato a quattro mani da Luisa Lastilla e me; RENDIMI L’ANIMA, poesie e parole in dissolvenza, di Giulia Basile e, dulcis in fundo, CUORE DI LUNA, affabulazioni di un cuore errante, di Piergiorgio Cardoni. In più, abbiamo editato l’antologia scelta di racconti brevi dal titolo TRACCE e il libro denuncia  PER GRAZIA RICEVUTA di un’autrice di Udine, Grazia Zamparo Olivo, che tratta in forma diaristica un cammino volto all’assistenza dei più bisognosi.

Quanto c’è, quindi, di reale in questo vostro virtuale?

V: Io direi, più in generale, quanto il virtuale assume sfumature di reale? Per quella che è la mia esperienza, personale e lavorativa, non posso non affermare che ci troviamo di fronte a due dimensioni dell’esistenza contemporanea profondamente interconnesse, ormai, nonostante “i più” storcano il naso. Per questo, quando ho deciso di scrivere i racconti, ho pensato che le storie che sarei andata a definire avrebbero dovuto tener conto dell’impatto che la tecnologia, e più nello specifico, il mondo virtuale, hanno nella quotidianità di ognuno di noi. Diverso, è invece, il peso, le implicazioni, che tale dimensione ha sulle vite di ognuno di noi. Di fatto, però, non se ne può più prescindere.

C: Sicuramente tutto, nel senso che in ogni libro, non solo quindi in REALE VIRTUALE, vengono descritti argomenti e sensazioni che senza dubbio, e talvolta addirittura a livello inconscio, hanno toccato in qualche modo lo scrittore, che decide così di metterli su carta.

A chi delle due è venuta per prima l’idea di questo volume, di scrivere una cosa del genere e di impostarla, poi, nel modo in cui la leggiamo?

V: Da qualche tempo avevo iniziato a scrivere dei racconti brevi e alcuni pensieri, simil poetici, che avevo scherzosamente definito “prove tecniche di narrazione”. Mi mancava, però, il coraggio di andare fino in fondo, mancava l’ispirazione e la motivazione, nonché il tempo, per dare a questi frammenti un senso compiuto. Contemporaneamente, Costanza mi incalzava: “Scrivi, scrivi!” Un’ansia!!! Poi, quest’estate mi sono decisa. Durante le ferie, visto che non mi azzardavo a mettere il naso fuori di casa per il caldo assurdo (io non lo tollero il caldo…), ho “abbassato la guardia”, mi sono liberata di una serie di sovrastrutture mentali che mi bloccavano, e ho iniziato a scrivere con foga, a fare ricerche, a leggere (oddio, quello lo faccio sempre, ma quest’estate mi sono superata, 21 libri in un mese e mezzo)!

C: Dunque, eh… ehm… vero, Viviana? Sta di fatto che, durante la stesura di TRACCE, alla quale appunto ha partecipato anche Viviana, e in seguito alla mia correzione dei testi di KRONOS (dove per caso mi son ritrovata sotto il naso anche il suo testo che era stato selezionato dalla giuria, per poi essere inserito nella raccolta), mi sono resa conto del potenziale creativo che c’è in lei. Perciò l’ho stressata fin tanto che non ha iniziato a scrivere un qualcosa di suo, che poi si è concretizzato con REALE VIRTUALE, appunto… Ma ho dovuto insistere, eh…

Personalmente, quale dei dieci racconti descritti nel libro preferite?

V: Non riesco a sceglierne uno in particolare, anche perché in tutti ci sono degli aspetti che mi coinvolgono particolarmente. In ognuna di queste dieci storie di donne ho messo qualcosa di mio, sogni, desideri, rimpianti, rimorsi, riscatti.

C: Neanche a chiedermelo… già il titolo per me dice tutto: “Emozioni di carta”, una storia di un lui e una lei che nasce dietro gli scaffali di una libreria; una storia dall’improbabile destino, che invece avrà un lieto fine. Ammetto che questo racconto mi ha commosso non poco, mentre avevo la bozza tra le mani… Anche se è l’ironia del suo stile letterario che apprezzo di più: sottile a volte, altre sfacciata.

Come vi definireste a vicenda, voi due?

V: Chi ci conosce potrebbe pensare: ma che c’azzeccano ‘ste due insieme? Due mondi in apparenza inconciliabili per esperienze, scelte di vita, ma con in comune l’amore per la scrittura (anche qui, però, con le dovute differenze, prosa per me, poesia per lei). Eppure c’è una bella comunione d’intenti, frutto di confronti serrati e anche di qualche vivace scambio di opinione. Meno male. Diffido sempre di chi dice d’andare d’amore e d’accordo.

C: Viviana l’ho dovuta conoscere nel tempo e nel tempo comprendere. Siamo molto diverse noi due, diciamo agli antipodi, soprattutto nell’affrontare le cose. Ricordo ancora quando, alla presentazione di TRACCE faceva domande, che per me superorganizzata al minuto, se non anche al secondo, erano semplicemente senza capo né coda. L’avrei strozzata!!! E perché il nero, e perché il rosso, e io non ho nessun vestito nero dentro l’armadio… No, la gonna non la metto, figuriamoci i collant… hahahahahaaaa!!! Io mi chiedevo se fosse un marziano! Invece, oggi, eccoci qua: insieme e con un progetto in mano davvero splendido. Non lo dico perché sono coinvolta anche io in REALE VIRTUALE, sia come marchio delle WOMEN@WORK che come curatrice, ma se così per me non fosse stato sin dall’inizio, non l’avrei neanche preso in considerazione il progetto. Io devo credere molto in quello che faccio, altrimenti, poi, lavoro male! E Viviana mi ha appunto dimostrato in pieno che posso credere il lei, tanto che ormai il nostro rapporto, da esclusivamente professionale che era, ora è anche di confidenza e amicizia.

Curiosità finale: come vi siete conosciute?

V: Nella mia seconda casa. In libreria. Grazie a un amico in comune, in occasione della presentazione del libro di un autore curato da Costanza. Non poteva essere diversamente, del resto. Almeno per quanto mi riguarda. Gli ingredienti per l’incontro perfetto c’erano tutti!

C: Non per ripetermi su quanto ho detto sopra, ma… dietro gli scaffali di una libreria anche noi, presentateci da un amico comune alla presentazione di un mio autore: come dire? Un bell’evento sincronico di cui la vita è piena e che, di solito, si commenta con un “chi l’avrebbe mai detto?”

Siete stupende, lasciatevelo dire. Perciò, con l’occasione dell’intervista, invitiamo chi volesse venire alla prima presentazione di REALE VIRTUALE, domenica 16 alle ore 17.00: un tè con le WOMEN@WORK tutto da gustare all’interno della libreria Musica E Libri, via san Costanzo, Bastia Umbra di Perugia.

C: Sì, un’ultima cosa. Ci terrei tanto a ringrazia Jean Luc Bertoni per la fiducia che riserva a me e al mio marchio letterario, dandomi così modo di dar spazio alle nuove leve che, altrimenti, non potrebbero permettersi un’editoria a pagamento.

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“Lentamente fra le tue braccia” di Katherine Pancol

LentamenteLa ricerca del grande amore. Quello vero, l’unico, il solo che ci sorprende e ci afferra proprio quando non ce l’aspettiamo. Angelina si trova improvvisamente davanti l’amante perfetto. Un giorno, una porta, una mano che si posa sulla sua per aiutarla ad aprirla, un ascensore, due occhi scuri penetranti, un sorriso carezzevole e la vita cambia, ti spinge a “buttarti su di lui, a perderti nel suo calore, a mangiarlo”. Ma quest’uomo così buono, così pronto ad amare, così palesemente innamorato, è davvero reale o si tratta invece dell’amante ideale, dell’eterno mito che tutte le donne sognano?

Angelina è cresciuta senza un padre, vive un’esperienza difficile durante l’adolescenza che segnerà il suo futuro atteggiamento e comportamento nella sfera sentimentale.
Mann, trovato a vagabondare vestito solo di stracci per la strada, viene cresciuto da una facoltosa famiglia.
Cosa succederà dopo l’incontro casuale di queste due anime?
Stile di scrittura molto particolare, in certi punti incanta, in altri confonde, in altri ancora destabilizza; il concetto viene presentato in più sfaccettature; l’autrice alterna, inoltre, prosa a stralci di poesie, dialoghi e introspezione dei personaggi si susseguono a ritmo serrato.

Consigliato a chi crede ancora nei colpi di fulmine.

“Gli errori degli amanti” di Franz Hessel

3734031Dal grande autore tedesco, un moderno Decamerone ambientato nella Berlino alla fine della Prima guerra mondiale. È sera, la corrente elettrica è saltata e le strade sono buie. Sei personaggi, tre uomini e tre donne, si ritrovano in una sala da ballo. Le coppie si alternano, ma non c’è sentimento. Quando la musica si ferma, piomba il silenzio. Uno di loro propone di andare a casa sua a riscaldarsi con liquori e vino. Salgono le scale alla luce di una candela, si siedono sul divano, sulle poltrone, sui cuscini. Un grammofono suona, potrebbero ricominciare a ballare ma preferiscono raccontarsi delle storie d’amore. Ed ecco che lentamente prendono vita racconti in cui si condanna “un mondo in cui l’amore è il destino inevitabile e definitivo di una vita, la prima e unica passione a cui gli uomini consacrano tutta la loro esistenza”. Pubblicato in Germania per la prima volta nel 1922, “Gli errori degli amanti” è un invito al libertinaggio come antidoto all’ossessione amorosa, l’elogio di un carpe diem emotivo da parte di una generazione affamata e vitale, scritto con prosa elegante dall’autore de “L’arte di andare a passeggio”.

Il racconto può essere tranquillamente definito come una sorta di moderno Decamerone in cui al centro della narrazione è il principio del piacere nel suo seducente lato sofisticato.

Berlino, marzo 1919. Tre coppie si incontrano in un locale da ballo ma, poiché la luce salta e la musica tace, decidono di ritirarsi nell’appartamento di uno di loro, passando la sera bevendo e riscaldandosi ai racconti che hanno da farsi. Le storie raccontate sono storie d’amore il cui “difetto” principale consiste nel carico di attese frustrate e promesse mancate che ogni passione sembra portare inevitabilmente con sé. Mentre al contrario – secondo Hessel – l’unico sentimento degno di importanza è un sentimento lieve, antiretorico e antiromantico: non l’amore-passione, cioè, quanto piuttosto un amore leggero, diffuso, dai contorni amichevoli.

“Il cimitero dei vangeli segreti” di Ted Dekker

9788854142756A quindici anni sua madre e le sue sorelle sono state trucidate sotto i suoi occhi. La guerra tra serbi e bosniaci non conosceva pietà e non risparmiava nessuno: anche lui è stato costretto a uccidere chi ha annientato la sua famiglia. Poi si è trasferito in America, è diventato sacerdote e ha cercato di ricominciare. Ma per Danny Hansen il passato è troppo carico di odio per poter essere dimenticato. E ci sono peccati che neppure un uomo di Dio può perdonare. Danny segue gli stupratori, i pedofili, gli assassini. Li rapisce e li tortura ma lascia loro una possibilità di redenzione. Se rifiutano, Danny è pronto a ucciderli per fare giustizia. Anche Renee Gilmore è una vittima. La droga ha distrutto la sua vita, pericolosi criminali le danno la caccia. Un giorno sulla sua strada appare Limoni, un uomo potente e protettivo, che la salva da chi vuole ucciderla e sembra offrirle finalmente tranquillità e amore. Per la prima volta Renee si sente al sicuro. Ma la pace che ha conquistato è forse l’inizio di un nuovo inferno? Renee e Danny sono destinati a incontrarsi spinti dalla stessa pulsione: il desiderio di giustizia e di vendetta. Un istinto che può trasformare una vittima in un carnefice. Ma fino a dove può spingersi l’uomo per difendere il bene? E se fosse il male l’unica arma per porre rimedio al male?

Titolo e copertina del tutto fuorviante, un thriller leggibile anche se pieno di luoghi comuni” : un prete dal passato doloroso, al quale è stata sterminata la famiglia durante la guerra in Bosnia, diviene suo malgrado lo spietato giustiziere dei delinquenti che seminano la morte e il dolore degli ignari cittadini innocenti e pensa di essere lo strumento di Dio per porre fine alla malvagità di coloro che uccidono senza ragione, che prevaricano, che secondo lui non possano vivere a meno che non si pentano dei loro peccati… Renee, al contrario di lui, è un ex tossica che è stata raccolta da un uomo e da lui apparentemente tratta in salvo. La strana coppia che, quindi, si fa giustizia da sé , il gioco di specchi in cui il buono e il cattivo non sono ciò che sembrano , il pentimento e il perdono e, infine, l’amore. In mezzo, il delirio e la violenza.

Garibaldi fu ferito/Enoi? – Paolo Nori

img078“Qui si parla del fatto che rinascimento è una parola che ci è stranamente meno familiare di quanto ci sia familiare la sua traduzione in inglese, revival, si ripercorre la cronaca di una rivoluzione che c’è stata a Carpi nel 1831, si incrociano le vite di Saddam Hussein e di Sathya Sai Baba, si risponde alle domande che fanno a quelli che si mettono a studiare russo, e alle domande che si fanno a quelli che si mettono a scrivere libri, si dice come ci si sente ad essere l’unico a sapere la verità, si calcola con una bilancia medica decimale il peso dell’anima, si sostiene che quando ci capita di essere ridicoli sono quelli i momenti che siamo vivi.”

Dalla recensione di Simurgh:

Sono dei discorsi che Nori fa in pubblico. Lo chiamano e lui và. Deve parlare del Risorgimento e lui dice subito che del Risorgimento non sa niente.
” Che il Risorgimento, gia il nome, ma che roba è?..che se fosse una cosa di oggi, secondo me probabilmente si chiamerebbe rialzamento , forse, non sono sicuro, forse si chiamerebbe revival. Che è una cosa strana, se andate a vedere su un vocabolario inglese italiano, la traduzione di risorgimento è revival e, detta cosi, revival mi viene in mente piu Natalino Otto che Ciro Menotti.
[..] Invece di Riorgimento, solo il nome, ha dentro una pompa, nel senso che è pomposo, e una tristezza, è una cosa da presidi polverosi, coi capelli grigi fin da quando sono piccoli, e gli occhiali rettangolari, quelli grossi da presidi, e la custodia nel taschino, e delle scarpe nere da presidi, impolverate, io avevo un preside, alle superiori, a Parma, che una volta, una sola, è entrato in classe perchè stavamo facendo del casino e per rimproverarci ci ha detto beceri. E boccaloni. Che io poi, nella mia vita non li ho piu sentiti, quei due nomi li. Due insulti risorgimentali”

Lui tiene questo tipo di discorsi, che a me fanno ridere e immaginare il tipo com’è. Per informarsi si informa sul rinascimento ma poi tira fuori pensieri suoi , divagazioni, analogie che gli vengono in mente. Allora anche a me, che del rinascimento m’importa manco di un tubo beh, allora delle cose che dice su Ciro Menotti mi restano anche in mente.
Paolo Nori appartiene agli strampalati, una corrente letteraria che han messo su da quelle bande, rinverdendone la tradizione. Tira fuori storiette che gli vengono in mente, per far dei paragoni, magari di quando era in Algeria o a Bagdad a lavorare.
A pag. 29 c’è questo appunto per esempio, una cosa che un certo Delfini ha scritto su un libro inerente al risorgimento, e che si chiama “Modena 1831″ (l’anno della rivoluzione)e racconta questa storia:
” Il giorno 7 febbraio venivo chiamato al telefono. Mi si diceva che la Mamma era gravissima . Invece era morta la sera prima.
[..] La Mamma era stata, oltre che mia madre, la cugina piu vicina della mia parentela. Essa era stata la mia sola vera Fidanzata. Avrei voluto e dovuto essere il Suo custode. Se ho sempre mancato il mio dovere, niente di male per Lei. Il Suo custode fu sempre presente in Lei stessa. C’era del resto Chi L’aspettava. Il papà, morto il 29 giugno 1909, la stava aspettando da 53 anni. Sorridente, dolce, scanzonato, aspettava la Mamma. Intatto nel viso, nel corpo, nella barba, nei capelli (cosi come risultò all’apertura della cassa, nel cimitero di Modena, la mattina del 10 febbraio 1962, davanti a me e al mio giovane e carissimo cugino Paolo Tadini e al direttore del cimitero) egli si lasciò vedere da me per la prima volta nella mia vita. Non avevo mai avuto un ricordo visivo di lui. Lui, mio padre, aveva 33 anni; e io, suo figlio cinquantaquattro. Unico al mondo, io credo, ho visto per la prima volta il papà, lui, in età di un mio figlio; io, in età di suo padre!

Amanti assassinati da una pernice – Federico Garcia Lorca

Racconti d'autore - Amanti assassinati da una pernice - Garcia Lorca“Lasciamoli sulla superficie i nostri occhi, come i fiori acquatici, e noi, rannicchiamoci dietro di loro, mentre in un mondo oscuro galleggia la nostra palpitante fisiologia”.
Così il grande poeta andaluso in uno dei suoi testi in prosa qui riuniti: immagini fortemente inventive, a volte arrischiate ma sempre geniali.
“Propagandista del sentimento poetico” come lui stesso si definisce, Lorca aderisce alle cose trasmigrando in esse, vivendole liricamente, associando e dissociando idee, forme e colori in modo totalmente libero.

Il ritorno – Joseph Conrad

Racconti d'autore - Joseph Conrad- Il ritornoGli abissi di una crisi coniugale nell’intenso racconto di un maestro della prosa moderna: un uomo, una donna, il tradimento e l’abbandono.
In poche ore tutto accade tra gli impassibili duellanti, sotto la superficie esplode la rabbia e dietro l’apparenza rispettabile si compie la crudeltà dell’amore.
Da Il ritorno Patrice Chéreau ha tratto nel 2005 il film Gabrielle con Isabelle Huppert e Pascal Greggory.

Dalla recensione di Luccio:

Lontano dagli scenari marini, questo racconto potrebbe sembrare uscito dalla penna di Henry James: non solo per l’ambiente alto borghese, quanto per lo scavo psicologico dei personaggi e per il periodare sontuoso e abbondante (in qualche caso forse troppo), e per la rappresentazione di una presa d’atto del fallimento del sistema di valori convenzionale, che si esprime in un turbine di reazioni contrastanti e mobilissime. La pagina in cui il protagonista guarda non visto un’inserviente salire le scale proiettando una lunga ombra sulle pareti ha un che di cinematografico, chissà se influenzata dall’espressionismo tedesco.

Roquenval – Nina Berberova

Racconti D'autore - Nina Berberova - RoquenvalUn luogo senza tempo. Un’anziana contessa russa. Una famiglia dal passato misterioso. L’invito a trascorrere l’estate nel castello di Roqueval, nel cuore della Francia, è per il giovane Boris l’inizio di un viaggio. I ricordi d’infanzia, le amate letture, le amicizie, tutto diventa parte di una riflessione profonda sul tempo e sugli effetti, una sorta di prova generale dell’esistenza per prepararsi ad affrontare il futuro.

Dalla recensione di Gelostellato:

Ma guardate, se domani esce il nuovo numero dei Racconti d’autore  (Conrad, con Il ritorno) e io ho già letto il precedente, significa che ci si metteva poco.
Ed è leggero, esile, con carattere più grandicello e 5-6 pagine bianche, e interlinea rilassata, questo racconto che parla di un castello francese con l’anima russa.
Tanto leggere che, benché non ne possa dir male, non si possa dire manca di eleganza, o di una sua integrità narrativa, non me la sento di dargli la terza stellina.
E’ un racconto sulla decadenza, sul passaggio di secolo, vista e sentita dagli occhi dell’adolescenza. La scelta, credo, non è casuale, perché vedendo il racconto con gli occhi del lettore – i miei, per dire – è impossibile non intristirsi per il decadimento strutturale di Roquenval. Un castello che unisce alla propria la caduta della casata che lo abita (con tanto di Usher citata per prenderne le distanze) la caduta del castello, divorato dai tarli, dall’umidità, dal tempo, dalla povertà, dalla modernità che erode intorno.
Così questa storia d’amore leggera, inconsistente, in una sorta di blanda affinità elettiva drogata, con due coppie di circa19enni che una si fidanza tanto per, e l’altra invece viene distratta dalla 15enne sorella della padroncina del castello, poi allontanata senza alla fine grandi scossoni per l’amore del protagonista-narratore, che doveva formare l’altra coppia, ecco, dicevo, con questa storia d’amore si resta molto in superficie.
Il racconto è fatto dall’amico di Jean-Paul, giovanotto che studia e vive in francia, ma dai natali russi, che viene a contatto e va a passare le vacanze estive a Roquenval, un castello in caduta libera, dove il personaggio di rilievo e centrale è la vecchia Praskov’ja Dimitrievna. E’ lei e la sua stanza di cimeli che ci parla della russia, della vita, delle avventure che la sua casata ha oramai dimenticata.
Nei suoi ricordi, spesso ricordati da altri, troviamo fughe d’amore, avventurieri, antiche ricchezze e, sempre, gli echi della Russia, che riverberano fino in Francia, in quel castello dal giardino tanto ampio quando pieno d’intricate erbacce e vecchie costruzioni.
Così li trovi dappertutto, i segni della decadenza, dalle ragnatele agli arazzi strappati per essere venduti, dalle stanze impolverate ai fossati pieni di melma, dal vecchio zio che si ingozza alla superficialità dell’erede più giovane, Kira, che di russo ha solo il nome.
Quindi? Quindi non voglio farla tanto lunga. E non voglio dare troppo a questo raccontino che non mi ha mai coinvolto troppo, perché alla fine, quando vi ho detto, c’è, ma non è riuscito a coinvolgermi. Non saprei dirvi perché, a volte è solo questione di empatia, e forse il mood di questo racconto mi ha lasciato freddo.
Non saprei nemmeno trovargli dei difetti, perché in fin dei conti è un brano onesto e tranquillo.
Forse troppo tranquillo, però, tanto da farmi pensare che adesso, che sono passate poche ore dall’ultima riga, ve ne parlo con tutti questi particolari, ma che tra qualche giorno, probabilmente, vi saprei dire molto, ma molto meno.
Ha il pregio, comunque, di essere una lettura scorrevolissima (ed esile, diciamolo) che quindi si può leggere senza troppi pensieri e senza perderci troppo tempo. Anzi… male non è che fa.
Poi magari, certo, arriva qui qualcuno a farmi notare come io abbia ignorato l’aspetto autobiografico, l’importanza del contesto storico e dei rapporti russo-francesi, e un sacco di altre cose che non ho capito. Evabbè, insomma, non è che puoi sempre metterti a leggere in mezzo a tutte le righe, no, nella vita come nei libri. Ogni tanto ti deve bastare quello che c’è sulle righe, ovvero un racconto magro e taciturno. Poi sicuramente è pieno di carattere, ma io, non sono riuscito a conoscerlo bene.
Comunque, mentre voi stati là a pensare se acquistare il racconto di Conrad o meno, domani, io sto ricevento i racconti dei plagiatori, 11 su 21, per ora, e la mia mente malata – in quest’ora del lupo – sta pensando alle votazioni…
E siccome lo sapete che non sono contento se non vi parlo un po’ di cazzi miei, vi ricordo che non solo c’è la pagina di questo blog, da piacere, ma c’è pure la pagina del pubdipub, che se non siete fan vi viene la sciolta ogni volta che rutta uno dei miei gatti.
E vi dico anche che potete ascoltare in streaming il nuovo soundgarden, che se volete scaricare i kordz li trovate su un sito di musica libanese che si chiama piratebeirut (sono dei fighi, inutile) e che il disco nuovo di Paul Banks è noioso e che domani notte arriverà la pioggia, da qualche parte.
Forse anche da voi.
Alla prossima, dai!

No, stavo per spegnere, ma mi sono detto. Eccheccastello, non gli lascio nemmeno un pezzettino da leggere? E ho aperto a caso, e indovinate? proprio nella pagina in cui avevo trovato uno dei momenti più incisivi e belli ed eleganti.
Ve lo lascio, dài, voletemi piùbbene!

L’estate volgeva al termine. [...]
Il cielo azzurro è alto; i grandi alberi brillano silenti, la ghiaia del giardino è bagnata.La fontana verde-rossiccia all’ingresso lascia cadere un’ultima goccia, come se fosse piena fino all’orlo, il leone di pietra senza testa si è già asciugato al sole. Ma non mi va di essere ingannato e allora mi affretto a scendere inoltrandomi nel folto del giardino: ho bisogno di testimonianze che attestino questa prima scorreria notturna dell’autunno; cerco prove. Ed ecco da un ramo che ho urtato mi cade addosso uno scroscio, il mio piede affonda nel fango e il pesante ramo di melo, spezzatosi cadendo sulla stradina e sui rossi lombrichi venuti all’aperto, rappresenta un terribile indizio: la sua caduta modifica il profilo amabile e familiare di quell’albero.
E così, non era nelle persone che secondo me avevano dovuto abitare la misteriosa Roquenval, e nemmeno nei vivi, estranei a questa casa, né in me o in tutti noi, che andavo in cerca di ciò che tanto mi aveva attratto nelle prime settimane della mia vita qui. Certo, il viale di tigli davanti all’ingresso faceva resuscitare o meglio dava vita nella memoria al mio passato scomparso; nella camera da letto di Praskov’ja Dmitrievna, accanto al crocefisso, era appesa l’icona di Suzdal’ racchiusa in un’antica cornice; un nome di donna in caratteri cirillici era inciso sulla parete del chiosco in giardino. Potevo tentare di immaginare lo “zio Robert”, il conte russo, la rosea fanciulla dal nome fintamente russificato, gli sconosciuti – vivi o morti – dei quali indovinavo la presenza. Ma i residenti o gli ospiti che mi attorniavano erano ormai distanti dal foltissimo fascino che ancora viveva nei nomi e nelle cose.