Archivio Quotidiano: 19/01/2013

“Quando cala il buio” di Massimiliano Bellezza

1Salem, Oregon settentrionale. Alle inquietanti sparizioni di bambini e adolescenti segue la scoperta di una vera e propria casa degli orrori, all’interno della quale si trovano i corpi delle piccole vittime. Altrove, un uomo si sta preparando a lasciare il suo appartamento. Si fa chiamare Ray Smith. Le sue mani sono sporche di sangue e una donna dai lunghi capelli neri è riversa sul pavimento. Allo specchio, il volto dell’assassino è deturpato: sulla sua pelle, l’uomo reca i segni di qualcosa che accadde quando era soltanto un bambino, e che l’ha cambiato per sempre. Una settimana dopo, cinque ragazzi sono immobili dinanzi al cancello di una scuola abbandonata. Sono cinque, giovani e forti. Ne rimarrà solo uno. A metà strada tra Stephen King e Donato Carrisi, la prosa di Massimiliano Bellezza è un coltello pronto a fendere il sonno dei lettori e a trascinarli con sé in un vortice di puro terrore. Perché Ray Smith non è il nome di un personaggio. Ray Smith è il nome del vostro prossimo incubo.

C’è un mostro nella cittadina di Salem, nell’Oregon, che uccide senza pietà bambini dagli 8 ai 16 anni.
Lui è un serial killer dal viso deturpato, segnale inequivocabile di un passato impossibile da dimenticare.
E poi ci sono loro, cinque amici, ragazzini che di notte decidono di entrare in una scuola abbandonata, così, per spavalderia, per smentire le dicerie sui fantasmi. Il gioco si trasforma, però, in una fuga contro la morte, tra indizi macabri e corse claustrofobiche in un edificio che sembra non dare via di scampo.

Classico thriller-horror caratterizzato da una narrazione serrata, favorita da capitoli brevissimi, con il chiaro intento di spingere il lettore verso l’ansia, l’angoscia, il terrore, il panico dei protagonisti stessi. La presenza delle descrizioni, dettagliate e curate quasi con perizia chirurgica, di stati d’animo e luoghi, smorza, però, il pathos. Forse sarebbe stato più incisivo lasciar parlare i protagonisti.

Il finale lascia l’amaro in bocca e assume quei toni sospesi che potrebbero farci pensare a un possibile seguito?

“L’inquietante urlo del silenzio” di Francesca Napoli

copertina-francesca-napoliEmy è una ragazza ricca e intelligente e nutre una segreta ambizione: scoprire i segreti che si nascondono dietro il volto imperscrutabile del destino. La sua passione, però, la condurrà ai limiti della follia e, una volta accompagnata dai suoi parenti in una casa di cura, non resterà che il silenzio a riempire le sue giornate. Tuttavia, l’ospedale psichiatrico mostrerà presto il suo volto: morti sospette, medicine dall’aspetto ambiguo e, soprattutto, il ripetersi del numero tredici, il numero di Lucifero. Tra mistero e magia oscura, Francesca Napoli guida la sua protagonista al di là del confine tra la vita e la morte per poi svelare ciò che ognuno di noi porta dentro di sé: il potere indistruttibile e salvifico dell’amore.

Un romanzo breve è quello dell’esordiente Francesca Napoli, caratterizzato dall’eterno conflitto bene/male, vita/morte, già insito nell’ossimoro del titolo.

Un piccolo fantasy all’italiana in cui l’autrice coniuga l’aderenza alla realtà con il tocco soprannaturale descrivando la vita, inizialmente spensierata e scevra di complicazioni, della giovane e benestante Emily per poi virare verso un percorso agghiacciante nei meandri della mente e del male. Ossessionata, infatti dai temi del destino, della magia oscura e dell’occulto, arriverà a lambire i limiti della follia a tal punto da venire internata in un istituto di igiene mentale all’interno del quale nulla è come sembra.

Il male si annida ovunque, ma la speranza non deve venire meno. Ed è proprio il finale, per certi aspetti, spiazzante, che ci suggerisce questo.

Spunti sicuramente interessanti che avrebbero meritato un approfondimento.

“Il vuoto del silenzio. Dove l’urlo inquietante della mia vita finita era un’eco senza fine.”

 

“Senza di te” di Teresa di Gaetano

senzaditeNina è una giornalista, vive in un appartamento tutto suo ed è circondata da amici che le vogliono bene; tutto questo, però, non basta più da quando Pietro è andato via. Adesso, Nina è una donna sospesa: colei che attraversa la città con le sue gambe, che scrive articoli con le sue mani, non è altro che l’ombra della donna che è stata. Persino i suoi migliori amici, Leo ed Elena, sembrano non capire la profondità del dolore che l’attanaglia e Nina, perseguitata dal ricordo di Pietro come da uno spettro, non può che sentirsi terribilmente sola. Sola, mentre affronta il dedalo di strade cittadine, mentre viene assorbita dal caotico paesaggio urbano, sfondo rumoroso e costante della vita dei protagonisti. La solitudine, però, dovrà combattere con la forza che Nina ha ancora dentro di sé, celata dietro la paura di ricominciare ad amare.
Un romanzo intenso sull’abbandono, sul vuoto creato dall’assenza – tutte le assenze, quelle di coloro che ci hanno lasciato così come quelle di chi c’è ancora, ma non riesce a comprenderci. Una storia indimenticabile che è danza d’opposti: il dolore e la speranza, la solitudine e il calore dell’amicizia, la morte interiore e la rinascita della fenice dalle sue stesse ceneri.

Quello della di Gaetano può esere definito, a mio avviso, una sorta di elogio della banalità del quotidiano sentimentale. Nulla di sconvolgente in questa storia, nessuno struggimento e nessun amore impossibile. Semplicemente un uomo che lascia una donna. Però, è proprio questa semplicità apparente a rendere quasi claustrofobico il senso di voragine che inghiotte la protagonista.  Si racconta, quindi, l’abbandono, il senso di vuoto, la resa di fronte all’inesorabile fine del rapporto, e tutto questo nonostante Nina possa contare su una vita soddisfacente, densa di opportunità lavorative e di riconoscimenti e su degli amici, Leo in particolare, che cercano di starle vicino. Il finale è aperto, c’è speranza, sicuramente, come sempre, e la speranza è quella di tornare ad amare, magari scoprendo che l’amore può nascondersi anche molto vicino, bisogna saperlo guardare con occhi diversi.

 

 

“Ti dipingo il mio colore addosso” di Maria Stella Cingolo

cingolo2-copertinaQuando non sai cosa accade, chi sei. Puoi solo decidere di stare sul confine e provare a volare, Babsi e Viola. Dai messaggi su Facebook a quelli del cuore. Loro due. Amiche per sempre.

“Se l’Amoredoveva esistere in qualche modo e per forza davvero, allora era quello.Non era né uomo né donna,non doveva possedere un inizio e neppure una fine.Ma aveva un colore. Semplicemente era viola.”

Un racconto delicato, dolce poetico, elegante ed intenso. Dove le parole sembrano dipingerti addosso un sogno.

Un inno all’amore, una prosa poetica, a tratti ermetica, a tratti spiazzante per la delicatezza e il timore con i quali la Cingolo cerca di dar voce al viaggio rivelatore intrapreso da Babsi, la giovane protagonista.
E il risultato di questo viaggio è per certi aspetti sconvolgente tanto quanto naturale. Babsi realizza, infatti, che il suo cuore batte per un’altra donna, per la sua amica di sempre, materna e complice, un’artista, Viola. Perché l’amore, scrive l’autrice, non è mai un errore se è purezza.
Un tema delicato, quindi, ma anche altrettanto comune, ormai, nella narrativa femminile moderna – basti pensare ad Acciaio di Silvia Avallone – , anche se qui, il modo di affrontarlo è diametralmente diverso poiché ci si affida all’introspezione del linguaggio poetico che, però, talvolta rende di scarsa e immediata comprensione i significati che invece il ricorso alla narrativa renderebbe senz’altro più semplice.